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giovedì 1 agosto 2013

Dalla Mucca Pazza All'Alzheimer



 

Il termine “Cannibalismo” indica   l’azione di cibarsi di parti di un essere appartenente alla propria specie.

Il termine “Cannibalismo filogenetico” indica l’azione del cibarsi di parti di esseri di altre specie ma vicini alla propria nella scala evolutiva.

La Filogenesi è il processo evolutivo degli organismi viventi (vegetali e animali)  dalla loro comparsa sulla Terra a oggi.

“L’ontogenesi (fasi di sviluppo dell’embrione) ripercorre la filogenesi”. Questa è una frase tipica degli evoluzionisti darwiniani ed indica come nello sviluppo embrionario sia racchiuso in sintesi tutta la storia della vita sul nostro pianeta e nell’ordine preciso di progressione dalle forme più semplici a quelle più complesse fino ad arrivare allo stadio umano di vita.

Indica anche che in questo sviluppo ci sono radici comuni, tronchi comuni, rami comuni e che tutto ciò si traduce in strette affinità fisiche e strutturali fra gli esseri che sono vicini fra loro in questa scala evolutiva.

            In questo libro viene spiegato come, attraverso il processo di riconoscimento immunitario, le parti strutturalmente  simili di animali diversi, possono creare dei conflitti in chi se ne ciba, che poi possono sfociare in malattie.         

            In questo lavoro di ricerca l’obiettivo è puntato principalmente sui derivati dei suini, che per la loro notevole affinità genetica con i primati e con l’uomo, possono veicolare malattie devastanti su base autoimmunitaria.

            Il numero di patologie che possono essere generate da questi conflitti è ampio ed investe malattie a larga diffusione sia umane che animali fra cui quelle degenerative del Sistema Nervoso Centrale e buona parte di quelle reumatiche, di cui si parlerà diffusamente in questo libro, ma anche di altre metabolico/degenerative il cui inquadramento è frutto di ulteriori personali ricerche ancora in corso.

Argomento, di non secondaria importanza, di questo libro è la spiegazione del ruolo dei vaccini dell’età infantile nel poter veicolare gravi malattie dell’età adulta, quando all’obbligo vaccinale si associa l’abitudine ad un’alimentazione con prodotti animali.

C’è una tendenza da parte di tutti i ricercatori in campo medico-scientifico ad orientarsi verso le teorie infettive o delle alterazioni genetiche, per spiegare la maggior parte delle malattie degenerative dell’uomo e degli animali, che spesso comporta lunghi periodi di stasi nei progressi scientifici, perché non si riesce a vedere sbocchi alternativi. Nel testo vengono presentate e proposte quelle teorie vecchie e nuove che interpretano in modo diverso il processo che porta alla malattia.

Nei vari capitoli e più in particolare negli ultimi vengono presentate malattie in cui il legame col cannibalismo è evidente e riconosciuto ed altre in cui tale legame non è immediatamente rilevabile, ma è possibile metterlo in evidenza se si tiene conto del senso dell’affinità filogenetica applicato all’alimentazione, corredato da importanti riferimenti epidemiologici (Sclerosi multipla, Reumatismo Articolare Acuto, Artrite Reumatoide, malattia di Alzheimer, ecc.).

Nella conclusione verranno dati suggerimenti pratici, sia per scelte personali che di Politica Internazionale per debellare alcune di queste malattie ed in particolare La Malattia di Alzheimer.

 

Chi può beneficiare delle indicazioni date in questo libro sulla reale prevenzione delle malattie trattate?

In primo luogo

~ 100 milioni di esseri umani

 

che nei prossimi decenni potrebbero contrarre ed andare incontro a  morte per la malattia di Alzheimer.

 

In secondo luogo

 

il Mondo Islamico e quello Ebraico

 

che vedrebbero applicare in tutto il mondo una precisa prescrizione alimentare Biblico-Coranica che riguarda l’astensione dall’uso alimentare del maiale, e che dimostrerebbe a tutti gli uomini che alla base di quelle prescrizioni c’è una saggezza antica e sconosciuta che probabilmente, non potendo essere trasmessa in maniera diretta, in quei tempi, all’umanità, per i suoi livelli di conoscenza ancora primitivi, si avvaleva delle prescrizioni religiose per attuarla e agendo sempre nell’interesse di tutti gli esseri umani.

 

In terzo luogo

 

aumenterebbe la quantità di terreno utile per la coltivazione dei cereali,  sottraendolo da quello per la coltivazione del foraggio per l’allevamento degli animali, dando un notevole impulso al soddisfacimento dei bisogni alimentari del genere umano

estinguendo così, celermente, l’attuale condizione di morte per fame nel mondo.


Per ultimo

si stimolerebbero le grosse aziende nazionali e internazionali di allevamento, e le grandi aziende nazionali e multinazionali della distribuzione alimentare, che usano quantità industriali di derivati del maiale nei loro prodotti, a modificare, con un minimo impegno economico, e per una nobilissima causa, i loro cicli produttivi e rivolgerli verso altri prodotti (soprattutto di origine vegetale), che in maniera naturale tenderanno a prendere il posto di quelli che per ovvi motivi spariranno dal mercato alimentare.

martedì 26 luglio 2011

Studio: Bimbe meno brave con i numeri se mamme credono nei cliche'

Roma, 25 lug. (Adnkronos Salute) - Piccole Einstein solo se la mamma è convinta delle capacità delle bambine. A rivelarlo è una ricerca guidata dall'università di Bologna, di prossima pubblicazione sull' 'Developmental Psychology', rivista dell'Associazione degli psicologi americani. Secondo lo studio, le possibilità che una bambina diventi un piccolo genio della matematica dipendono dai 'cliché' di genere della mamma. "Se questa infatti pensa che con i numeri se la cavino meglio i maschi - afferma lo studio - sua figlia otterrà punteggi fino al 15% inferiori rispetto alle coetanee le cui mamme rigettano con forza lo stereotipo. Nessun influenza, invece, sembrano avere le opinioni dei papà"."E' sorprendente che già a 5 anni le bambine possano essere inconsapevolmente condizionate da stereotipi relativi al genere - afferma Carlo Tomasetto, ricercatore dell'ateneo bolognese e coautore dello studio - ancora più sorprendente, per un profano, è forse che il condizionamento si attivi solo se, prima dei test di matematica, alle bambine viene chiesto di disegnare una figura femminile". Per svelare il legame tra pregiudizi e performance scolastica lo studio, condotto su 124 bambine tra i 5 e i 7 anni, ha sottoposto le bimbe, prima del test di matematica, al racconto di una storia. A un gruppo la protagonista femminile è stata descritta fortemente stereotipata, mentre in un altro era sostanzialmente neutra. Le bambine sono quindi state invitate a fare un disegno relativo al racconto appena ascoltato. Parallelamente ai genitori è stato fatto compilare un questionario nel quale, tra l'altro, si chiedeva loro se "i maschi di solito sono più portati delle femmine in matematica" e se "le femmine di solito sono più brave nelle materie artistiche e linguistiche che in matematica". Nonostante in media i genitori tendessero a rigettare gli stereotipi, l'indagine ha sottolineano come "circa un terzo ha ammesso di riconoscersi nei cliché". Alle maestre, inoltre, è stato chiesto un giudizio sul rendimento scolastico in matematica.Analizzando l'esito del test, a cui sono stati sottoposti figli e genitori, i ricercatori si sono accorti che il rendimento in matematica si abbassava tanto più erano forti gli stereotipi di genere delle madri, fino ad arrivare ad uno scarto del 15% nel caso delle mamme con maggiori pregiudizi. Secondo lo studio questo effetto è "riscontrabile solo nelle bimbe che prima del test hanno disegnato la figura femminile. Se le mamme rigettano con decisione lo stereotipo, al contrario, le bimbe mantengono lo stesso livello di prestazione, qualunque sia la storia ascoltata e il disegno realizzato". "Quando nei pensieri delle piccole si richiama la loro identità di appartenenza - spiegano i ricercatori - si riattivano tutte le idee e gli stereotipi collegati. Così la spiegazione che poi offrono dell'influsso negativo sulla performance ha a che vedere con lo stress indotto dall'ansia da prestazione". Ecco che se le bambine temono di sbagliare, "perché hanno inconsapevolmente assimilato la convinzione che la matematica non sia pane per i loro denti - avvertono i curatori della ricerca - si concentrano con più fatica e tendono davvero a fare più errori nei quesiti più difficili. Il fenomeno interessa peraltro tutte le scolare: brave o somare che siano"."Già qualche anno fa - segnalano - alcuni economisti italiani avevano dimostrato come il successo in matematica delle donne fosse strettamente legato al loro grado di emancipazione. In alcuni paesi nordici il 'gap' coi maschi risulta di fatto azzerato - concludono i ricercatori - e in alcuni casi ribaltato (Islanda), mentre in Paesi come l'Italia, Turchia o Grecia è ancora piuttosto pronunciato".

mercoledì 8 giugno 2011

La ricerca, rughe svelano rischio ossa fragili

Roma, 7 giu. (Adnkronos salute) - Rughe nemiche delle donne, e non solo della pelle. Secondo uno studio condotto dai ricercatori della Yale School of Medicine, infatti, questi segni non rivelano solo l'età, ma permetterebbero anche di predire il rischio di fratture ossee più avanti negli anni, almeno nelle donne. Stando al team di Lubna Pal, che ha presentato la sua ricerca al meeting dell'Endocrine Society a Boston, proprio la profondità e la distribuzione delle rughe, insieme alla qualità generale della pelle, possono predire il futuro della densità minerale ossea delle donne, almeno di quelle in menopausa precoce. "Pelle e ossa condividono blocchi proteici, e l'invecchiamento è accompagnato da modificazioni della cute e dal deterioramento delle ossa, in termini di quantità e qualità", dice Pal. Partendo dall'ipotesi dell'esistenza di un legame tra epidermide e ossa, il suo team ha studiato un sottogruppo di donne in menopausa precoce, entro tre anni dall'ultimo ciclo mestruale. I ricercatori hanno valutato grinze e rughe in 11 aree 'chiave', localizzate tra viso e collo, nelle 114 donne coinvolte, valutando anche la rigidità della pelle di fronte e guance con un dispositivo chiamato durometro. Inoltre è stata monitorata la densità minerale ossea di tutte le 'cavie umane'. "Abbiamo scoperto che un peggioramento delle rughe è correlato a una minore densità ossea tra le partecipanti", nota Pal. "Insomma, peggiori sono le rughe, minore è la densità ossea, e questa relazione è indipendente dall'età e da altri fattori noti per influenzare la massa ossea". Mentre se la pelle è più compatta ed elastica, la densità ossea è migliore. Dunque, secondo i ricercatori, "l'aspetto e le proprietà fisiche della cute possono riflettere la qualità dello scheletro. Un elemento che può aiutare i medici a identificare le donne a rischio frattura dopo la menopausa in un batter d'occhio, e senza dover per forza ricorrere a costosi test", concludono gli studiosi.

lunedì 2 maggio 2011

Il mio primo libro di ricerca sul cannibalismo filogenetico

Pubblicato il 25 febbraio 2013


 Didascalia
L’immagine di copertina riproduce la parte centrale della Nebulosa Aquila (M-16), così come è stata fotografata dal telescopio Hubble che dal 1990 orbita intorno alla Terra.
Come si può vedere è uno spettacolo di luci, colori e forme straordinariamente bello nonostante la distanza di 9000 anni luce dal nostro pianeta.
Di fronte a spettacoli di questo genere la gratitudine che nasce nel cuore verso l’Intelligenza Universale che l’ha concepita è senza limite.
Ciò nonostante il “fenomeno vita” (nell’immagine rappresentato dalla sovrapposizione in trasparenza dell’Albero della vita di Ernst Haeckel del 1866) è ancora infinitamente più affascinante e scoprirne i segreti e la straordinaria architettura che lo sostiene suscita un senso di rispetto e ammirazione ugualmente senza limiti verso questa Intelligenza che attraverso la sua Opera mostra, a chi sa vederla, tutta la sua grandezza e infinita sapienza, e che dona a piene mani a chi chiede col cuore di conoscerne l’intima natura.


 Riporto sotto la pagina dedicata ai ringraziamenti a tutte quelle figure che direttamente o indirettamente hanno collaborato alla stesura di questo libro.
Ringraziamenti

Nella stesura di questo libro ho attinto a piene mani dai lavori di ricerca compiuti da tanti colleghi, e senza i quali tutto ciò che ho potuto dedurre non sarebbe stato possibile.
Ringrazio di cuore, quindi, tutti i ricercatori in campo medico-scientifico di cui non presento i nomi solo perché sono tanti. Di alcuni di essi parlerò nel corso del libro.
Se a volte ho usato toni polemici, non è stato per sminuirne il lavoro svolto, ma solo per offrire nuovi spunti di riflessione comune e sempre nell’ottica di essere di giovamento alla razza umana, di cui tutti noi siamo al servizio.
Ringrazio anche tutti i miei assistiti che mi hanno permesso, sul campo, di verificare la fondatezza di alcune mie intuizioni, e della fiducia che hanno riposto nelle mie idee e proposte terapeutiche anche se non ancora comunemente accettate. Sempre da loro è venuta la spinta a comunicare e diffondere fuori dell’ambulatorio, quello che spiegavo in privato durante le visite mediche.
Ringrazio tutti i miei amici per le loro critiche  e suggerimenti sulla stesura e pubblicazione di questo scritto ed anche le persone che mi hanno manifestato la loro disponibilità alla sua divulgazione.
Un grazie particolare a tutte le persone care e a quelle che mi sono state più vicine in questo percorso, e specialmente alla D.ssa Gabriella Sasso, che ha condiviso con me tutti i passaggi e i progressi che compivo nel tempo. Mi diceva che sembravo “un disco rotto”, poiché ripetevo sempre le stesse cose e coglievo ogni occasione per parlarne! Grazie a tutti per la vostra pazienza e amorevolezza nei miei confronti.
Ringrazio anche l’Intelligenza Universale che mi ha guidato e letteralmente donato delle informazioni che con i miei soli mezzi umani non sarei mai riuscito a reperire.
            Infine ringrazio tutto il Mondo Islamico, perché attraverso la sua adesione ligia ai precetti del Sacro Corano, mi ha permesso di comprendere la causa di una delle malattie più devastanti degli ultimi tempi: Il Morbo di Alzheimer.

domenica 10 aprile 2011

Cultura fa bene a cervello - Memoria a prova d'invecchiamento


Roma, 7 feb. (Adnkronos Salute) - La cultura è il miglior farmaco per il cervello. Nuovi dati dimostrano infatti che per tenere in forma e in salute la mente bisogna allenarla, soprattutto migliorando il proprio livello di istruzione. Una ricerca dell'Irccs Fondazione Santa Lucia di Roma ha documentato l'effetto positivo dello studio sull'integrità del cervello, sia dal punto di vista strutturale che funzionale, in particolare dell'ippocampo, con vantaggio della memoria. Al grado di istruzione scolastico vanno aggiunte le attività svolte durante l'arco della vita, nonché il tipo di lavoro, l'impegno mentale quotidiano e le attività ricreative: è l'insieme di questi fattori che ha un effetto protettivo del nostro cervello. Lo studio, tutto italiano, si è guadagnato la copertina della rivista internazionale sulle neuro-immagini 'Human Brain Mapping'. Un'accreditata teoria - quella della riserva neuronale - da tempo sostiene che un individuo maggiormente scolarizzato e con un più alto livello di istruzione, quindi più impegnato mentalmente, è in grado di creare una sorta di riserva cognitiva che protegge il cervello dai danni causati dai processi legati all'invecchiamento, come accade nella malattia di Alzheimer. In altri termini, l'allenamento allo studio e il livello culturale permetterebbero di accumulare un 'patrimonio' mentale più ingente (sia da un punto di vista della struttura cerebrale che da quello dei contenuti), che poi viene eroso più lentamente dai fenomeni legati all'invecchiamento cerebrale fisiologico e patologico. Tuttavia, la ricerca svolta in questo settore finora aveva sempre avuto il limite di fornire una misura piuttosto grezza di questa riserva di 'giovinezza mentale', limitandosi solitamente a valutare l'intero volume cerebrale. Inoltre, non era stata localizzata con precisione l'area in cui agisce il processo protettivo.
Ora la ricerca della Fondazione Santa Lucia, utilizzando la tecnica di risonanza magnetica denominata Diffusion Tensor Imaging (DTI), ha finalmente contribuito a fare luce su questi punti ancora oscuri. Per l'indagine sono state reclutate 150 persone sane di età compresa tra i 18 e i 65 anni ed è stato chiesto loro di eseguire un complesso e innovativo esame con risonanza magnetica ad alto campo (3 tesla) che permette la misurazione di fini variazioni strutturali dei tessuti cerebrali. Uno dei parametri che è stato possibile estrarre analizzando le immagini così ottenute è la mean diffusivity, una misura del movimento delle molecole d'acqua all'interno del cervello che può essere considerata un indice qualitativo della struttura cerebrale. Dai risultati è emersa una correlazione tra questo parametro e gli anni di istruzione scolastica. Le persone con un alto livello di studio hanno mostrato una maggiore compattezza strutturale nell'ippocampo. Tale area del cervello, situata nella parte mediale del lobo temporale, svolge un ruolo fondamentale nei processi di memoria a lungo termine ed è una delle prime strutture a degradarsi durante le fasi iniziali della malattia di Alzheimer. "Per la prima volta siamo riusciti a determinare il luogo all'interno del cervello in cui una più ricca attività mentale avvia dei meccanismi protettivi nei confronti della neuro-degenerazione", spiega lo psichiatra Gianfranco Spalletta che ha coordinato lo studio. "Il nostro lavoro conferma in modo chiaro quello che nel mondo scientifico viene ripetuto da anni: studiare e stimolare la mente allena il cervello e lo mantiene giovane", sottolinea Fabrizio Piras, psicologo e ricercatore. "Tutto ciò ci conforta - aggiunge Carlo Caltagirone, neurologo e psichiatra - perché ci permette di avere una posizione realisticamente meno nichilista e di non ritenere ineluttabile la decadenza cognitiva, anche nei confronti di eventi come l'invecchiamento del cervello e delle malattie neuro-degenerative, compresa la demenza di Alzheimer. Come si è visto, allenare con lo studio il cervello e la mente gioca un ruolo non secondario nella capacità di resistenza all'invecchiamento naturale e alle patologie neuro-degenerative".

lunedì 21 febbraio 2011

L'ospedale secondo Veronesi: degenti tutti vegetariani


 Milano, 23 mar. (Adnkronos Salute) - Comfort degno di un albergo a più stelle. Stanze singole, tutte con bagno. Porte sempre aperte ai parenti, fumo bandito già al cancello d'ingresso e dieta rigorosamente 'verde'. L'oncologo Umberto Veronesi ripropone la sua idea di ospedale modello, ma punta 'la lente' sul piatto dei malati e lancia una proposta in più:
"Noi vorremmo che i nostri pazienti diventassero tutti vegetariani", perché "questo istituto deve avere anche una funzione educativa" e "dobbiamo dare anche l'esempio di una giusta alimentazione". Parlando ai giornalisti, oggi a margine delle celebrazioni per il 'raddoppio' dell'Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano e l'inaugurazione dell'Ieo 2-Day Center, il direttore scientifico dell'Irccs di via Ripamonti riassume la sua missione: "Vorremmo introdurre una quantità di innovazioni che spazzi via la vecchia cultura ospedaliera del passato. L'ospedale - sostiene l'ex ministro della Sanità - deve essere innanzitutto parte della comunità. Il paziente si deve sentire quasi a casa propria" e deve avere un'assistenza alberghiera di altissimo livello."Deve avere i parenti tutto il giorno con lui per rincuorarlo, per aiutarlo", precisa. E ancora: "Deve avere una camera singola solo per lui. Perché se nessuno andrebbe in un albergo a dormire con uno sconosciuto, non vedo perché un malato debba dormire con persone che non conosce e che possono anche volere una privacy per confidarsi con i propri familiari". Tutte le camere devono essere "con bagno", l'alimentazione "buona e sana" e l'intera area dell'ospedale deve essere no-smoking. "Qui all'Ieo - ricorda - è proibito fumare in tutta l'area delimitata dal recinto esterno". L'Ieo 2, che sorge di fronte all'Ieo e sarà operativo dagli inizi di aprile, punta a garantire percorsi super-rapidi per i malati di cancro. "Dalla diagnosi al trattamento in un giorno, massimo due o tre". Il nuovo Day Center "materializza e rende concreta un'idea di medicina che coltiviamo da molti anni", dice Veronesi. I progressi in prevenzione, diagnosi precoce e terapia "hanno cambiato volto alla cura del cancro, rendendola più efficace e più attenta alla qualità di vita del malato". Ma "ora anche l'ospedale deve cambiare", avverte l'ex ministro della Sanità. Il luogo di cura del futuro "deve proiettarsi verso la popolazione e organizzarsi per una medicina sempre più preventiva" e su misura, "orientata alle caratteristiche e ai bisogni della persona. Il nuovo ospedale deve essere più umano, più accogliente per chi varca le sue soglie con un carico di ansia spesso molto pesante e in una situazione di debolezza psicologica". Proprio in quest'ottica l'oncologo auspica strutture sempre più simili a una casa, anche nei 'ritmi'. Basta pranzi serviti alle 11 e cene alle 18, insiste da sempre l'oncologo. L'ospedale, continua, "da luogo di sofferenza deve diventare luogo di speranza. Bisogna comunicare al paziente l'aspettativa di un totale recupero, la fiducia nel futuro", insegna Veronesi. "Già oggi le percentuali di guarigione da un tumore sono pari in media all'80%, ma possono superare il 90% per il seno e arrivano al 95% per la prostata. Il medico ha il dovere di comunicare al paziente le sue reali condizioni, ma deve arricchire il suo messaggio con un forte contenuto di speranza. Il momento della diagnosi rappresenta infatti una frattura nella vita di una persona. E il medico deve accompagnare il malato in tutto il suo percorso", aiutandolo a superare "la ribellione che scatta davanti a una diagnosi di cancro". Il nuovo Ieo sarà "un avamposto della sanità italiana nel mondo, un esempio che spero possa essere seguito in tutto il Paese", conclude lo scienziato.

venerdì 21 gennaio 2011

Calvizie precoce? Meno rischi di cancro alla prostata


Calvizie androgenetica

La forma più diffusa di calvizie tra uomini e donne, è clinicamente definita alopecia androgenetica (o calvizie androgenetica), ed è determinata da due fattori essenziali: la predisposizione genetica all’influenza degli androgeni e, appunto, gli ormoni androgeni.
Roma, 17 mar. 2010 (Adnkronos Salute) - Non tutti i mali vengono per nuocere. Se perdere i capelli è un brutto colpo per gran parte degli uomini, da oggi c'è un motivo per non disperare se la chioma inizia a diradarsi già a 30 anni: la calvizie precoce, infatti, è associata a un minor rischio di imbattersi nel cancro alla prostata. A scoprirlo i ricercatori della scuola di medicina dell'ateneo di Washington, che con il loro studio, condotto su ben 2.000 uomini tra i 40 e i 47 anni d'età, hanno guadagnato le pagine della rivista 'Cancer Epidemiology'. Stando ai dati della ricerca, quando l'odiata stempiatura fa capolino prima del tempo i rischi di sviluppare questa neoplasia scendono fino al 45%. Tutto merito, ipotizzano gli studiosi statunitensi, degli alti livelli di testosterone che contraddistinguono generalmente i calvi, e che finirebbero per far scemare i pericoli di cancro alla prostata. Per giungere a queste conclusioni, i ricercatori hanno confrontato l'incidenza di uno dei tumori più temuti dal sesso forte con l'eventuale perdita dei capelli. Così hanno potuto osservare che chi a 30 anni stava già facendo i conti con la calvizie aveva un rischio di gran lunga minore di ammalarsi, più avanti negli anni, di cancro alla prostata. Scontenti davanti allo specchio, dunque, ma più a riparo da una neoplasia che terrorizza i maschietti.

Risorse utili

Anagrafe e Malattia

Anagrafe e Malattia Anagrafe. [dal gr. ἀναγραϕή «registro»]. – Registro della popolazione destinato, in ogni comune, a documentare lo...

Lavori in corso ....../Working progress.....

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Lavori completati e pubblicati

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Doni dell'Energia Reiki

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Informazioni personali

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Nato a Castellana Grotte (BA) nel 1951 Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1979 presso l’Università degli Studi di Parma Dal 1984 esercita la Professione di Medico di Medicina Generale in Casamassima (BA). Nel 1985 si iscrive al Corso Biennale di Omeopatia indetto nella Città di Bari dalle Scuole di Medicina Omeopatica “Mattioli-Palmieri” di Firenze, conseguendone l’Attestato nel 1987. Dal 1997 è attivo nell’informazione sulla integrazione alimentare da fonti naturali (e non da preparazioni chimico-farmaceutiche), quale supporto indispensabile al miglioramento e mantenimento dello stato di salute psico-fisico dell’individuo. Nel 2001 si avvicina allo studio e alla pratica delle tecniche di guarigione naturali del Reiki, percorrendone l’intero iter formativo fino alla qualifica di Usui Reiki Master, di Karuna Reiki® Master, e completando la formazione nelle tecniche giapponesi originali dell’Usui Ryoho Gakkai presso la Scuola Free Reiki® di Padova. Il lavoro di ricerca continua acquisendo la conoscenza di nuove tecniche fra cui EFT, Coaching, ed altre in via di sviluppo, sempre con l'obiettivo di ripristinare lo stato di benessere nelle persone che lo richiedono.

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