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sabato 26 ottobre 2013

STATINE: LA PIU' GRANDE FRODE MEDICA DI TUTTI I TEMPI



STATINE: LA PIU' GRANDE FRODE MEDICA DI TUTTI I TEMPI
Data: Domenica, 29 settembre @ 20:45:00 CEST
Argomento: Medicina
Un nuovo studio chiarisce che le statine sono la più grande frode medica di tutti i tempi. I loro presunti benefici sono falsi. La quantità dei danni che fanno è sconcertante, provocando la devastazione di milioni di vite e la loro fine. Quel che è peggio è che era tutto prevedibile, ma gli studi sono stati progettati per nascondere la verità. I media, gli enti sanitari e i medici hanno fornito, tutti insieme, la copertura a Big Pharma. Dopo tutto, c'era un gruzzolo da spartire.

Le statine sono uno dei farmaci su prescrizione più pericolosi, i cui rischi erano evidenti ancor prima della commercializzazione.
Tuttavia esse sono tra i farmaci più venduti di sempre.
Alla fine, la scienza autentica ha preso in considerazione gli effetti negativi e la mancanza di benefici documentando quella verità che era evidente fin dall'inizio:
Le statine sono la più grande truffa medica mai perpetrata.
In una nuova analisi scientifica dei dati disponibili troviamo, testualmente:
"L'industria delle statine, con tutto il suo indotto, assomma a 20 miliardi di dollari all'anno. Stiamo osservando il dispiegarsi della peggiore tragedia medica di ogni tempo. E' senza precedenti che il settore sanitario abbia involontariamente indotto una carenza di nutrienti mettendo in pericolo la vita di milioni di persone altrimenti sane." [1]
L'unico punto su cui posso non essere d'accordo è l'affermazione che la pagliacciata delle statine sia stata in qualche modo "involontaria". Infatti non c'è assolutamente alcuna scusante per quanto è successo.
Gli autori dello studio, Sherif Sultan e Niamh Hynes, hanno redatto un documento che condanna in maniera assoluta l'uso di statine. Non solo condannano il medicinale, ma condannano anche la pseudo scienza che vi sta dietro. Benché essi non lo affermino apertamente, e ovviamente non potevano correre un tale rischio, in pratica non c'è modo di aggirare il fatto che la scienza di supporto alle statine è stata in gran parte fraudolenta e che la frode è stata perpetrata da Big Pharma.
Ma cosa riferisce precisamente lo studio?
Sultan e Hynes hanno recensito un gran numero di studi, utilizzando Pubmed, EM-BASE, e il data base Cochrane per trovarli. Si sono concentrati principalmente su studi clinici, meta-analisi e studi randomizzati controllati su larga scala. L'intera lista degli studi considerati si trova nel loro articolo, che si può leggere liberamente in quanto non è celato da nessun filtro a pagamento.
Affermano:
"Ci sembra di essere cascati nella trappola del marketing e di aver ignorati i fastidiosi effetti collaterali per quanto riguarda gli inibitori della HMG-CoA reduttasi"
Il "Ci" cui gli autori si riferiscono è l'industria medica. Gli inibitori della HMG-CoA reduttasi sono le statine. La loro funzione è quella di interferire con la HMG-CoA, che è una molecola precursore del colesterolo. Naturalmente, lo scopo di una statina è ridurre il colesterolo, compito che assolvono.
Dunque, qual è il problema? Come dicono gli autori:
"Il colesterolo è fondamentale per l'energia, l'immunità, il metabolismo dei grassi, la leptina, l'attività degli ormoni tiroidei, la sintesi epatica, l'intolleranza allo stress, la funzione surrenale, la sintesi degli ormoni sessuali e la funzione cerebrale."
Il colesterolo è un requisito fondamentale per una serie enorme di funzioni corporee assolutamente critiche. Ovviamente, se il colesterolo si riduce, la salute ne risulta conseguentemente danneggiata:
• I livelli energetici si riducono.
• Ci sono interferenze col metabolismo dei grassi.
• La tiroide può non funzionare in maniera regolare.
• La nostra capacità di far fronte allo stress viene indebolita.
• Il funzionamento delle ghiandole surrenali viene alterato.
• Le funzioni sessuale e riproduttiva ne soffrono.
• Il nostro cervello viene danneggiato, il che vuol dire che qualsiasi aspetto della nostra esistenza potrebbe risentirne, compreso il funzionamento mentale, i processi autonomici, la coordinazione e ogni altra funzione, compresa quella cardiaca.

Semplicemente non c'è nessuna scusa per non vedere che, non solo c'è un evidente rischio inerente alle statine, ma che sarebbe oltremodo sorprendente se non producessero danni.

I Benefici delle Statine
Parlando dei benefici, gli autori hanno notato che le uniche persone che possano aver tratto giovamento dalle statine sono uomini di mezza età che avessero già subito attacchi di cuore. E questo vantaggio è minimo. In realtà, gli autori sottolineano che per questo insieme di uomini le statine producono meno benefici dell'aspirina. Si prega di notare che Gaia Health [sito originale n.d.T.] non sostiene nemmeno l'aspirina come trattamento per le malattie di cuore.
In effetti, le statine non producono un briciolo di beneficio a nessuno e in nessun modo.

Gli Effetti Negativi delle Statine
Per ogni 10.000 individui in buona salute che assumano statine, gli autori hanno trovato che:
• 307 ulteriori pazienti soffrono di cataratta.
• 23 ulteriori pazienti sviluppano insufficienza renale acuta.
• 74 ulteriori pazienti accusano disfunzione epatica.
• Le statine aumentano l'affaticamento muscolare del 30% e causano una incidenza dell’ 11,3% di rabdomiolisi ad alte dosi
• Dichiarano inoltre, "Per di più, (la terapia con statine) induce miopatia infiammatoria, inclusa la miopatia necrotizzante autoimmune con immunosoppressione e la miopatia correlata alla statina può durare per 12 mesi."
Essi sottolineano inoltre che le statine provocano la disfunzione erettile, e che i giovani sottoposti a statine a basse dosi decuplicano il rischio di disfunzione erettile. Al di là di tutti questi effetti negativi:
• Secondo il sistema di segnalazione delle reazioni avverse della FDA, circa 40 su 10.000 delle segnalazioni per le statine sono per malattia polmonare interstiziale, che provoca cicatrici polmonari che non sono quasi mai reversibili.
• Le statine causano iperglicemia post-prandiale nei diabetici e anche nei non diabetici
• Le statine "inducono il diabete conclamato di tipo 2 nelle donne".
• Le statine aumentano il rischio di sviluppare l'HbA1c in persone con e senza diabete. HbA1c è una condizione che provoca l'adesione del glucosio all'emoglobina, cosa che è un indicatore di ulteriori complicazioni nei casi di diabete.
• Le statine prescritte agli anziani provocano un aumento del 9% di diabete.
• Le statine possono provocare insulino-resistenza.
• Esiste una correlazione tra malattia di Parkinson ed bassi livelli di colesterolo, il che coinvolge chiaramente le statine.
• E' stata scoperta una correlazione tra le statine e la cataratta ad esordio precoce. Gli utilizzatori di statine potrebbero avere il 50% in più di probabilità di sviluppare la cataratta precoce.

Ecco il più sconvolgente rischio per la salute presentato dalle statine:
"L'uso di statine è associato ad un aumento della prevalenza e della portata della calcificazione delle placche coronariche. Ironicamente, per un farmaco che è stato commercializzato per abbassare il rischio di malattie cardiovascolari, il Confirm Registry [studio del 2012 citato nell'articolo dei due scienziati, ndT] ha identificato una forte associazione delle statine nella progressione delle caratteristiche della placca coronarica."
Questa non è solamente ironia. Le statine aumentano il danno che si suppone dovrebbero diminuire!
In relazione a questo particolare rischio cardiaco, gli autori hanno anche scoperto che:
"L'uso di statine è stato correlato con una maggiore incidenza di stenosi grave delle arterie coronarie e con l'aumento del numero di vasi coronarici che hanno sviluppato coronaropatia ostruttiva. Inoltre, l'uso di statine è stato collegato a un aumento della prevalenza e della portata della placca mista calcifica. Cinque studi prospettici hanno reso testimonianza del fatto che la terapia con statine non induce alcuna regressione del calcio coronarico e che l'evoluzione del calcio coronarico continua indipendentemente dal trattamento con statine".
Cioè, le statine aumentano il restringimento delle arterie coronarie, cosa che può solo aumentare il rischio di attacchi di cuore. Esse aumentano lo sviluppo di malattia coronarica ostruttiva. Le statine possono aumentare placche arteriose calcio-correlate.
Le statine producono anche un significativo aumento del rischio di cancro e disfunzioni neurodegenerative negli anziani.
Gli autori proseguono a elencare ulteriormente, ma noi di cosa abbiamo ancora bisogno? Le statine sono farmaci distruttori di salute.

Nascondere Intenzionalmente i Fatti
Lo studio sottolinea che le statine possono aumentare di 1,6 volte il rischio di tumori della cute non melanomatosi. Gli autori hanno poi dichiarano:
"Per ragioni sconosciute, dopo queste pubblicazioni, il carcinoma a cellule squamose è stato escluso in tutti i successivi studi sulle statine."
L'unico modo di interpretare questo fatto è che l'industria delle statine vuole evitare ulteriori conferme che le statine causano il cancro della pelle. O ci sono altre spiegazioni?
Gli autori citano anche studi che avevano dichiarato di aver dimostrato i benefici delle statine. Tuttavia, quando sono stati analizzati nuovamente da scienziati indipendenti, cioè scienziati che autenticamente non avevano legami con Big Pharma, si è scoperto che i risultati rivendicati erano falsi. Anche quegli studi dimostravano che le statine effettivamente non inducevano nessun beneficio ma solo una grande quantità di danni.

I Complici del Crimine
È già abbastanza disdicevole che Big Pharma produca studi, che possono solo definirsi scienza spazzatura, per dare l'impressione che le statine siano efficaci e sicure. È ovviamente una cosa fraudolenta e tutti coloro che hanno volontariamente preso parte a tali studi, finanziandoli oppure eseguendoli, dovrebbero essere perseguiti penalmente. Non vi è alcun modo per aggirare il fatto che, per lo meno, molte di queste persone sono colpevoli di omicidio colposo, avendo fornito prove false sia di efficacia che di sicurezza.

Media
Anche l'industria dell'informazione è colpevole. Si pensi che questo studio è stato pubblicato più di due mesi fa e ancora non c'è stata praticamente nessuna copertura da parte dei media mainstream. Questa è una notizia che potrebbe salvare la vita di milioni di persone, eppure i media non se ne sono interessati. Chiaramente, non sono interessati alle vere notizie, ma ai resoconti finanziari dei loro proprietari. Ogni corporazione dei media negli Stati Uniti è di proprietà di un'altra società che possiede anche almeno una grande società farmaceutica oppure è controllata da una persona che vi è grandemente coinvolta. Per esempio:
• News Corporation possiede Viacom.
• Rupert Murdoch ha fondato News Corporation.
• Murdoch siede nel direttivo di GlaxoSmithKline (GSK).
Se ciò non bastasse, si consideri anche che l'industria farmaceutica è, di gran lunga, il maggior inserzionista sui media mainstream. Ipotizzare che i mezzi di informazione non siano stati complici è ingenuo oppure volutamente fuorviante. I media hanno stabilito chiaramente che il loro compito istituzionale, fornire le informazioni di cui il pubblico ha bisogno, non è compito loro.

Enti Sanitari
Le agenzie che dovrebbero proteggerci dai prodotti nocivi per la salute, come la FDA, il CDC e il NIH, sono state tutte complici nella promozione delle statine. Tutt'ora, il CDC raccomanda fortemente l'uso di statine. La FDA non fa altro che aggiungere avvisi ai foglietti illustrativi delle statine, uno sforzo del tutto privo di senso e che non ha mai avuto un effetto significativo sulle vendite dei farmaci. Il NIH afferma: "Le statine sono relativamente sicure per la maggior parte delle persone."
E' ovvio che le nostre agenzie sanitarie agiscono quasi esclusivamente come agenti commerciali di Big Pharma.

Medici
Infine, ma certamente non meno importanti, ci sono i medici che prescrivono le statine. Essi tendono a sostenere che non è colpa loro, che possono solo adeguarsi agli studi. Ma la realtà è che il loro lavoro è proprio quello di frapporsi tra i loro pazienti e i farmaci pericolosi. Se non sono in grado o non vogliono fare il loro lavoro, ed è chiaramente il caso di qualcuno di loro quando prescrive le statine senza informare i pazienti dei rischi e della quasi totale mancanza di beneficio, allora non sono diversi da quelli che producono pseudo scienza, scienza spazzatura, o addirittura scienza fraudolenta per sostenere questi veleni. Come minimo, sono colpevoli di non aver ottemperato al loro dovere nei confronti dei loro pazienti. Potrebbero anche essere responsabili di omicidio colposo quando qualsiasi paziente muoia a causa della loro mancanza di diligenza.

La più grande truffa medica di sempre
Le statine sono la più grande frode medica di tutti i tempi. Doveva essere noto fin dall'inizio che con ogni probabilità avrebbero prodotto una grande quantità di danni. Come rimarcano gli autori, le statine interferiscono con la produzione di colesterolo, provocando così un deficit nelle funzioni metaboliche che sono necessarie per la vita.
Non vi è, pertanto, nessuna scusa per i ricercatori di non aver saputo.
Non ci sono scuse per i mezzi di informazione per non avere fatto la ricerca che avrebbe svelato la frode in atto.
Non ci sono scuse per le aziende sanitarie che hanno approvato le statine o quelli che le promuovevano. Non potevano non avere le informazioni pertinenti.
E, infine, non ci sono scusanti per i medici, perché avrebbero dovuto sapere. Non avendolo fatto sono stati negligenti nel loro dovere.
Tutte le persone coinvolte nello sviluppo, il marketing, l'approvazione, la promozione e la prescrizione delle statine sono colpevoli di aver messo in atto la più grande
frode medica di tutti i tempi. Conteggiare il numero esatto delle vittime è probabilmente impossibile, ma non ci sono dubbi che la stima sia di diversi milioni.

Si prega di far leggere questo articolo a chiunque conosciate che stia prendendo statine o stia valutando la cosa.
C'è il diritto di sapere la verità e la verità non viene certo detta dal medico che le prescrive.

1. The Ugly Side of Statins. Systemic Appraisal of the Contemporary Un-Known Unknowns; Journal of Endocrine and Metabolic Diseases; Sherif Sultan and Niamh Hynes; doi:10.4236/ojemd.2013.33025.
http://file.scirp.org/Html/3-1980073_34065.htm
Heidi Stevenson
Fonte: www.gaia-health.com
Link: http://gaia-health.com/gaia-blog/2013-09-18/statins-are-the-greatest-medical-fraud-of-all-time-study-reports/25.09.2013
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da STEFANO PRAVATO

giovedì 26 maggio 2011

Alcool: per fegato meglio un bicchiere ogni tanto che essere astemi


(AGI) - Londra, 26 mag. - Andare al pub un paio di volte a settimana puo' fare bene alla salute, a condizione pero' che ci si limiti a bere due pinte di birra o due bicchieri di vino. Mentre l'alcol resta una delle principali cause di malattia epatica, secondo il rapporto dell'International Scientific Forum on Alcohol Research, e' sbagliato pensare che non berne affatto faccia bene. Secondo gli esperti, il consumo frequente ma moderato di alcol puo' infatti diminuire fino al 60 per cento il rischio di sviluppare il fegato grasso, causa di molte malattie. La ricerca, condotta in Giappone, ha registrato le abitudini di consumo di 9.885 uomini. Tra i bevitori moderati e' stata riscontrata la piu' bassa prevalenza di steatosi epatica, ma ulteriori verifiche hanno dimostrato che c'e' una vera e propria associazione rispetto a quanto spesso si beve. Coloro che hanno bevuto 3-4 bevande alcoliche in una finestra temporale di 21 giorni in un mese sono risultati avere il piu' basso rischio. "Le osservazioni - si legge nel rapporto - suggeriscono che il consumo di alcol svolge un ruolo protettivo contro il fegato grasso negli uomini, e che puo' contribuire notevolmente a questo effetto favorevole". Cio' non toglie pero' che bisogna stare attenti a non esagerare: "L'abuso di alcol - ha riferito il report - e' una delle principali cause di cirrosi e di altre gravi forme di malattie epatiche. Dall'altra parte pero' il fegato grasso e' associato principalmente all'obesita'". Il consumo moderato di alcol, quindi, non solo non aumenta il rischio ma puo' realmente ridurlo.

lunedì 28 marzo 2011

Il valore di un’alimentazione corretta quotidiana


Quante persone oggi ancora pensano che una malattia tumorale sia un evento disgraziato e inevitabile come se fosse una questione di pura “sfortuna”? I dati epidemiologici di cui disponiamo parlano chiaro: un’analisi dettagliata delle principali cause di tumori mostra che un numero incredibilmente alto di essi (equivalente a quasi i due terzi!) è direttamente collegato allo stile di vita. E’ pertanto possibile almeno ipotizzare che ad oggi se si potesse intervenire in modo significativo sullo stile di vita individuale, modificando almeno i più importanti e comuni fattori di rischio, si potrebbero ridurre in modo significativo non solo l’incidenza di questa malattia, ma anche modificare il decorso della stessa favorendo magari l’efficacia di alcune terapie oncologiche.
La ricerca ci conferma che una malattia tumorale non si sviluppa in un giorno, ma che occorrono alcuni “step” perché una cellula sana si trasformi in una cellula tumorale.
Perché questi passaggi avvengano occorre che vi siano condizioni ideali e favorevoli: un adeguato rifornimento di sangue richiede per esempio una strutturata rete di capillari in grado di fornire alle cellule il necessario nutrimento, mentre sappiamo che alcuni alimenti (tè verde, frutti di bosco per citarne un paio) sono potenti strumenti per inibire questa crescita (nota come “angiogenesi”). Moltissime forme tumorali che colpiscono la nostra società hanno almeno come concausa una componente nutrizionale.
In Canada per esempio, numerosi cuochi hanno lavorato su ricette gustose per introdurre ingredienti e sapori tipici di alcuni paesi del mondo nei quali l’incidenza di alcune forme tumorali è incredibilmente bassa. Basti pensare in questo senso alla bassa incidenza in India della malattia di Alzheimer e del morbo di Parkinson a causa del massiccio impiego che gli indiani fanno della curcuma.
           Oppure pensiamo all’azione protettiva dei grassi insaturi omega 3 a livello cardiovascolare, scoperta proprio perché i dati epidemiologici nella popolazione esquimese indicavano una bassissima incidenza dei casi di infarto.
           Il WCRF, una delle massime autorità mondiali in materia di cancro, ci dice che i tumori del polmone, dello stomaco, del seno, del colon/retto, del cavo orale e della faringe, del fegato, del collo dell’utero, dell’esofago e della prostata, potrebbero essere efficacemente controllati e prevenuti in percentuali elevate solo adottando un’alimentazione migliore.
           Il solo tumore al colon potrebbe essere prevenuto nel 75% dei casi adottando un’alimentazione corretta, così come l’85% dei tumori al polmone potrebbe essere controllato non fumando. E’ stato recentemente osservato che la luteolina e l’apigenina, due molecole presenti in alcuni vegetali (menta, timo e prezzemolo) sono in grado di inibire l’azione di un enzima attivato da un fattore di crescita (dal nome PDGF) normalmente attivo nella neovascolarizzazione dei tumori.
          E’ stato osservato che il meccanismo di azione di queste due sostanze è sovrapponibile a quello di un farmaco chemioterapico (Glivec) prescritto per il trattamento delle leucemie e di cui recentemente è stata studiata l’azione contro i tumori all’ovaio.
          Ma oggi sappiamo anche molto di più: l’infiammazione gioca un ruolo molto importante nello sviluppo di diverse forme tumorali. Uno stato infiammatorio cronico infatti sembra essere una condizione ideale per lo sviluppo di cellule tumorali che secernono “segnali” da inviare alle cellule infiammatorie (per esempio ai macrofagi) allo scopo di stimolare il rilascio di fattori di crescita ed enzimi da parte di esse utili alla crescita del cancro.
          Questi fattori sono in grado di attivare una proteina (dal nome fattore nucleare KB, abbreviato in NF-KB) che si è rivelato essere importantissimo nella crescita dei tumori. Il fattore NF-KB infatti promuoverebbe a sua volta la produzione di altre sostanze (tra cui la ciclossigenasi, nota anche come COX 2) che innescherebbe una catena di reazioni favorevoli alla crescita tumorale. Negli scorsi anni sono stati commercializzati dalle industrie farmaceutiche diversi farmaci in grado di inibire la produzione di queste sostanze, ma purtroppo alcuni di essi hanno anche documentato una serie di rischi per la salute piuttosto seri.
           Esistono diversi estratti vegetali che sono in grado di sviluppare una potente azione antiinfiammatoria sovrapponibile a questi farmaci, ma che non producono alcuna azione secondaria pericolosa (come per esempio la curcuma). Sappiamo anche però che un eccesso calorico, un consumo eccessivo di zuccheri e grassi saturi, una carenza di alcune sostanze essenziali alla produzione di enzimi (oligoelementi come il manganese, lo zinco e il rame presenti nella frutta, nella verdura e nei semi oleosi), possono produrre un’azione pro.infiammatoria.
            In buona sintesi occorrerebbe pertanto che ognuno di noi agisse su più fronti, alimentandosi in modo variato e non ossessivo, senza rinunciare al piacere della tavola, ma ragionando con consapevolezza sull’azione farmacologica che il cibo è in grado di produrre.
             In sintesi potremmo pertanto concludere che alcune prime semplici modifiche al nostro stile di vita potrebbero già rappresentare un primo passo importante verso una vita più sana, che da un lato ci aiuterebbe a variare la nostra cucina evitando di incorrere in un’alimentazione monotona, e dall’altro potrebbero aiutarci in modo significativo a prevenire alcune diffuse forme tumorali.
            Raccomandiamo pertanto un maggior consumo di vegetali crudi e possibilmente biologici, l’introduzione nella nostra alimentazione di grassi insaturi omega 3 (di cui eventualmente vedremo in seguito l’importante azione antiinfiammatoria sul nostro organismo) attraverso noci, pesci di mari freddi, e olio di lino e soprattutto la riduzione di cibi con una eccessiva concentrazione zuccherina (in grado di innalzare pericolosamente i livelli in insulina nel sangue con conseguenze pro infiammatorie importanti).
            Importante infine l’introduzione nei piatti della nostra cucina di ingredienti dalle intrinseche proprietà antitumorali (frutti di bosco, curcuma, tè verde, alimenti integrali e biologici, spezie..).      
Due nuovissimi studi (del 16 novembre 2010) hanno nuovamente documentato come il consumo di sale da un lato, e il massivo uso di cereali raffinati che “impattino” in modo intenso sulla glicemia (e quindi sulla produzione di insulina) rappresentino fattori di rischio importanti nell’incremento di alcune forme tumorali.
Colombi Vladimiro

venerdì 11 febbraio 2011

Olio di pesce alleato contro rischi cancro seno

Utili ricerche ed un ottimo contributo nella limitazione del danno d'organo, ma nessuna informazione sulle vere cause della malattia, che a mio parere non sono organiche, ma culturali.
Roma, 8 lug. 2010 (Adnkronos Salute) - Buone notizie per le golose di alici, salmoni e pesce fresco. Secondo un recente studio pubblicato su 'Cancer Epidemiology , Biomarkers & Prevention', si moltiplicano i dati sull'effetto benefico degli integratori a base di olio di pesce, in particolare nella prevenzione del cancro al seno. I ricercatori del Fred Hutchinson Cancer Research Center di Seattle (Usa), guidati da Emily White, hanno monitorato 35.016 donne in post-menopausa che non avevano una storia di cancro al seno e avevano completato un questionario di 24 pagine sull'uso di supplementi non-minerali e non-vitamine. Ebbene, dopo sei anni di follow-up , sono stati identificati 880 casi di cancro al seno. L'uso regolare di integratori a base di olio di pesce, che contengono alti livelli di acidi grassi omega-3, Epa e Dha, è stato collegato con un rischio ridotto del 32% di sviluppare un tumore al seno. Inoltre la riduzione del rischio sembra essere limitata proprio alla forma più comune della malattia. L'uso di altri tipi di integratori comunemente usati dalle donne per trattare i sintomi della menopausa non è stato associato, invece, a una riduzione del rischio cancro al seno. Questa ricerca è la prima a dimostrare un legame tra l'uso di supplementi a base di olio di pesce e una riduzione della neoplasia al seno. Tuttavia, il team mette in guarda contro eventuali raccomandazioni per la prevenzione 'al femminile', esclusivamente sulla base dei risultati di questo lavoro. Insomma, occorrono ulteriori ricerche ad hoc.

venerdì 4 febbraio 2011

La dieta vegetariana protegge chi ha malattie renali

27.12.2010 Una alimentazione vegetariana è in grado di procurare benefici alle persone che hanno una patologia renale. Lo sostiene una ricerca dell’ Indiana University pubblicata sul Clinical Journal of the American Society of Nephrology. Lo studio ha dimostrato che nei pazienti affetti da malattie renali una dieta vegetariana riduce i livelli di fosforo potenzialmente tossici nel sangue e nelle urine.
La ricerca è partita dal presupposto scientifico che chi soffre di malattie renali ha bisogno di limitare l’assunzione di fosforo – che si trova nelle proteine alimentari ed è un additivo alimentare comune – perché il suo fisico ha difficoltà a smaltire il minerale. Livelli di fosforo troppo alti possono portare a malattie cardiache e un incremento del rischio di mortalità.
Il team di ricercatori, guidati dalla dottoressa Sharon Moe, ha messo a confronto due diversi regimi alimentari. Dopo avere selezionato un gruppo di volontari, tutti con malattie renali, li ha sottoposti a due diete diverse, una vegetariana, a base di cereali, l’altra non vegerariana: alla fine, le analisi di sangue e urine hanno confermato che una dieta a base di cereali ha un rapporto decisamente inferiore di fosfati, inoltre e la maggior parte di essi si presenta sotto forma di fitati, che impiegano meno il metabolismo.

Ad integrazione di quanto riportato sopra, è da rilevare che un’alimentazione ricca di proteine alimentari (soprattutto se di origine animale) comporta oltre che un aumento di fosforo anche una carenza di calcio.
Questo avviene perché nel nostro organismo non esistono depositi di proteine (ci sono solo quelli di zuccheri e grassi), per cui l’eccesso, pur se in una prima fase è assorbito a livello intestinale, deve successivamente essere eliminato, transitando attraverso il torrente ematico, fino agli organi emuntori.
La natura acida di queste sostanze comporterebbe un abbassamento del ph ematico (incompatibile con la vita: il suo valore è mantenuto stabilmente a 7.4), se non venisse tamponato con gli elementi basici presenti in circolo. L’elemento basico più abbondante presente nel sangue è il calcio che quindi si lega alle proteine neutralizzandone l’acidità e sotto forma di proteinati di calcio viene eliminato dagli organi emuntori.
Quindi un’alimentazione ricca di proteine comporta un’alterazione del rapporto calcio-fosforo che a sua volta si esprime in una tendenza all’aumento della irritabilità neuro-muscolare, che giustifica le patologie cardiologiche (il cuore è un muscolo!) di cui si parla sopra.

martedì 1 febbraio 2011

Muscoli più forti con meno proteine nel piatto. Studio Telethon

Questo articolo è una chiara risposta a tutti coloro che temono di andare incontro a carenze proteiche se decidessero di praticare un’alimentazione vegetariana.

Milano, 2 nov. (Adnkronos Salute) - Una dieta povera di proteine può aiutare a combattere la degenerazione muscolare causata da malattie come la distrofia. Ma più in generale, mangiare meno carne potrebbe contribuire a rallentare i processi di invecchiamento. Lo suggerisce uno studio italiano finanziato da Telethon e pubblicato su 'Nature Medicine', condotto da Paolo Bonaldo, dell'università di Padova, e Marco Sandri, dell'Istituto veneto di medicina molecolare e dell'ateneo padovano. Alla ricerca hanno collaborato anche altri ricercatori Telethon, come Luciano Merlini dell'università di Ferrara, Nadir Maraldi dell'Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna e Paolo Bernardi dell'università di Padova.Il team italiano ha dimostrato per la prima volta che si possono migliorare i sintomi della miopatia di Bethlem e della distrofia muscolare di Ullrich controllando la cosiddetta autofagia (auto digestione) , il processo fisiologico che rimuove dalle cellule sostanze tossiche o porzioni cellulari danneggiate. Le due malattie genetiche rare - spiega Telethon in una nota - sono dovute a un difetto nel collagene VI, la proteina responsabile dell'ancoraggio delle fibre muscolari alla loro struttura esterna di supporto (la matrice). Nel 2008 gli stessi ricercatori avevano dimostrato che il difetto genetico causa un'alterazione dei mitocondri, le centrali energetiche delle cellule: con la progressione della malattia, i mitocondri difettosi si accumulano nelle cellule muscolari e le portano alla morte. Ora gli scienziati hanno osservato che questi meccanismi sono strettamente correlati a una inefficiente autofagia sia nei topi distrofici sia nelle biopsie muscolari prelevate dai pazienti. Hanno provato inoltre che, grazie a una dieta povera di proteine o a un trattamento farmacologico ad hoc, si può promuovere la 'pulizia cellulare' nei topi distrofici quanto basta per rimuovere i mitocondri difettosi e mantenere le fibre muscolari pulite dalle sostanze di scarto. In questo modo si ottiene un miglioramento significativo della salute dei muscoli, che nel modello animale si è tradotto anche in un aumento della forza muscolare. "L'autofagia è molto importante per un riciclo 'intelligente' delle sostanze che si accumulano nella cellula - spiega Bonaldo - Fornisce energia quando l'apporto metabolico è insufficiente ed evita la morte cellulare quando la cellula è affollata da materiali di scarto. Poterla controllare con la dieta o con un trattamento farmacologico mirato potrebbe rivelarsi una strategia vincente per contrastare la progressione della distrofia di Ullrich e della miopatia di Bethlem". Più in generale, ritengono gli scienziati, "il controllo dell'autofagia potrebbe contribuire a contrastare l'invecchiamento delle cellule legato all'età: consumando una dieta povera di proteine e di aminoacidi e facendo tanto movimento, si può 'dare una mano' ad attivare questo meccanismo e a mantenere attivo il metabolismo basale del nostro corpo", puntualizzano gli studiosi. "E' importante però mantenere un giusto equilibrio", avverte Sandri. Infatti, "se l'autofagia viene attivata in modo eccessivo la cellula è portata di fatto ad 'autodigerirsi' e quindi a morire. Occorre quindi poter controllare questa attivazione: come accade generalmente in natura, il giusto equilibrio è sempre la strategia vincente".

lunedì 10 gennaio 2011

Esagerare con latte e latticini raddoppia rischi cancro prostata

Notizie Mediche recenti

Roma, 5 mar. 2010. (Adnkronos Salute) - Esagerare con latte e latticini può essere rischioso, soprattutto per gli uomini. Un consumo giornaliero che supera i 470 grammi al giorno raddoppia il rischio di cancro alla prostata. A mettere in guardia è uno studio canadese condotto da Parviz Ghadirian, docente del Dipartimento di nutrizione della Facoltà di medicina dell'università di Montreal - di prossima pubblicazione sulla rivista scientifica 'Wiley' - che ha analizzato il legame tra 200 alimenti e il tumore della prostata. Scovando anche i prodotti protettivi: le noci. Bastano 90 grammi al mese per 'tagliare' del 50% il rischio. Latte e latticini, invece, sono gli unici alimenti per i quali si è trovato un legame diretto nello sviluppo di questo tumore maschile. Due sono le ipotesi formulate dai ricercatori per spiegare questa relazione. Nella prima l'attenzione è concentrata sui grassi animali presenti nel latte, che potrebbero disattivare i geni che sopprimono le cellule tumorali. La seconda mette l'accento sul calcio che, in eccesso, potrebbe distruggere un metabolita della vitamina D, conosciuta per la sua capacità di frenare la crescita delle cellule tumorali. Nessuna di queste ipotesi, però, è stata confermata dai dati dello studio. E c'è ancora un'altra possibilità: "Un meccanismo ancora sconosciuto potrebbe prodursi dall'interazione del latte con altri prodotti alimentari, facendo crescere il rischio di cancro", spiega Ghadirian che ha condotto la ricerca su circa 200 pazienti con cancro alla prostata e un gruppo di persone sane.

giovedì 6 gennaio 2011

Scoperti nuovi meriti dei cereali non raffinati

Se si pensa ai danni che ha causato per moltissimo tempo in Cina il Beri-beri, neuropatia causata da carenza di vitamina B1, legata solo al fatto che le persone benestanti usassero cibarsi di  riso brillato (brillatura = asportazione della cuticola di rivestimento del chicco), privandolo in tal modo della maggiorparte dei micronutrienti, si può comprendere perchè il cibo integrale preservi la salute a vari livelli.
Ci sono moltissime sostanze presenti nelle piante che sono riunite in un unico gruppo mal conosciuto che va sotto il nome di "fattori alimentari associati", che però hanno delle funzioni molto importanti sia nell'assorbimento che nell'uso delle sostanze nutrienti.  Molte di tali sostanze vanno perse nel processo di raffinazione, oltre che nei procedimenti di cottura.
Come conseguenza logica c'è l'invito ad utilizzare quanto più possibile cibi integrali nell'alimentazione quotidiana, a partire dall'infanzia!
  "Pane e pasta integrali servono anche a ridurre la pressione
Ne bastano tre porzioni al giorno. L'abbassamento pressorio può tradursi in una riduzione dell'incidenza di malattie coronariche e ictus del 15 e del 25%

MILANO - Sappiamo che i cereali integrali possono aiutare a controllare il peso perché danno un maggior senso di sazietà, che possono essere e sono utili nella prevenzione di diabete e malattie cardiovascolari e perfino per proteggerci da alcuni tumori, ma ora uno studio clinico controllato ci dice che i cereali integrali possono anche ridurre la pressione. Nello studio, pubblicato dall'American Journal of Clinical Nutrition, alcuni ricercatori inglesi, dell'Università di Aberdeen, sono andati a verificare gli effetti sulla pressione arteriosa dell'aggiunta di cereali integrali alla dieta. Lo studio ha coinvolto più di 200 uomini e donne sani, di mezza età, i quali, dopo un periodo iniziale di dieta "raffinata", sono stati divisi in tre gruppi: uno ha continuato con questo tipo di alimentazione, gli altri due hanno sostituito tre porzioni di cereali raffinati con pari quantità di cereali integrali (di solo frumento, in un gruppo; di frumento e avena, nell'altro).
Per intenderci: due porzioni di cereali al giorno equivalgono, per esempio, a 70-80 grammi di pane, mentre 30-40 grammi di cereali da prima colazione equivalgono a una porzione). Dopo tre mesi si è osservato che nei gruppi a dieta "integrale" la pressione sistolica (la "massima") era diminuita di 5-6 mmHg rispetto a un solo mmHg in meno registrato nell'altro gruppo. Se confermati, questi risultati si potrebbero tradurre, a livello di popolazione generale, in una riduzione dell'incidenza di malattie coronariche e di ictus rispettivamente del 15 e del 25%. Allora, i cereali integrali diventeranno il nuovo caposaldo della dieta anti-ipertensiva? Risponde Vincenzo Savica, professore di nefrologia all'Università - Azienda ospedaliera Papardo di Messina, coautore di un recente articolo su "Dieta ed ipertensione", pubblicato dall'Annual Review of Nutrition. «Premesso che l'ipertensione arteriosa è anche un pesante fattore di rischio per malattie renali, che possono poi condurre al trattamento dialitico - dice Savica -, è assai probabile che la risposta alla domanda sia affermativa. Se altri studi confermeranno quanto si è ora visto, i cereali integrali potrebbero diventare uno "strumento" particolarmente vantaggioso per la salute di cuore e arterie, in grado, da un lato, di ridurre o stabilizzare i valori pressori e, dall'altro, di diminuire i livelli di colesterolo (come hanno già chiarito altre ricerche). Si ipotizza che l'effetto anti-ipertensivo dei cereali integrali sia da attribuire all'insieme delle sostanze che contengono, più che a singoli componenti, anche se restano da chiarire i meccanismi d'azione e rimane da capire se alcuni prodotti siano migliori di altri. Non bisogna dimenticare, però, che i derivati dei cereali sono fra le principali fonti di sodio, la cui riduzione resta uno dei pilastri della dieta antiipertensiva».
Cereali integrali a riduzione del sodio a parte, che cosa può servire per abbassare la pressione? «Senz'altro, ridurre il peso quando è in eccesso - chiarisce Savica - e va anche assicurata la presenza di adeguate quantità di potassio (buone fonti sono soprattutto frutta e verdura), che potrebbe contribuire a ridurre i valori pressori con l'aumento dell'eliminazione del sodio. Attenzione, però: chi decide di testa propria di sostituire il sale da cucina con quello "della farmacia" più povero di sodio, forse non sa che la notevole ricchezza di potassio di questo prodotto può essere dannosa per le persone che soffrono di malattie renali (magari senza saperlo) e tanto più per le persone in dialisi perché le espone ad aritmie cardiache anche gravi. «Anche il calcio, come quello del latte e dei derivati a basso contenuto di grassi, - prosegue Savica - e gli acidi grassi omega-3, di cui è ricco il pesce azzurro, potrebbero servire. Come pure un moderato consumo di tè, per il suo contenuto di flavonoidi che influenzerebbero positivamente il funzionamento delle cellule endoteliali (che rivestono la superficie interna delle arterie), migliorando il controllo dei valori pressori». E il cioccolato può aiutare come si dice? «Probabilmente sì, almeno nel caso del cioccolato fondente, ricco di flavonoidi. Questi effetti positivi si manifesterebbero già con piccole quantità: circa 6 grammi al giorno». «Riguardo all'alcool, mentre modeste quantità di vino rosso potrebbero avere un effetto positivo grazie all'azione vasodilatante dei fenoli - conclude Savica -, va evitato l'abuso, che aumenta il rischio d'ipertensione oltre che di ictus»."
Carla Favaro
nutrizionista


giovedì 9 dicembre 2010

Dieta mediterranea spegne depressione, studio spagnolo

Roma, 6 ott. (Adnkronos Salute) - Pasta, verdure, pesce, un po' di vino, tanta frutta e olio extravergine d'oliva: ecco la ricetta per battere la depressione a tavola. A promuovere la dieta mediterranea è un team di ricercatori spagnoli dell'Università di Las Palmas (Canarie) e dell'Università di Navarra a Pamplona, autori di uno studio pubblicato su 'Jama'. Gli scienziati diretti da Miguel Martinez-Gonzalez dell'Università di Navarra hanno scoperto che i fedeli della dieta mediterranea sono il 30% meno vulnerabili alla depressione rispetto agli altri. Per scoprirlo gli esperti hanno studiato 10.094 persone sane per oltre quattro anni, sottoponendole a un questionario sulle abitudini alimentari e monitorandole nel corso della ricerca. Ebbene, i ricercatori hanno visto che a seguire con più fedeltà il regime alimentare di tipo mediterraneo erano per lo più gli uomini, ex fumatori, sposati e non più giovanissimi: questi si sono rivelati anche più attivi degli altri. Nel corso dello studio sono stati diagnosticati 480 nuovi casi di depressione, 156 nei maschi e 324 nelle femmine. Ma i fedeli della dieta mediterranea hanno mostrato un rischio di ammalarsi appunto inferiore del 30% rispetto agli altri. In barba a variabili come numeri dei figli, stile di vita o tratti caratteriali come tendenza alla competitività e all'ansia. Secondo Martinez-Gonzales i risultati vanno confermati da ricerche più vaste, ma la correlazione inversa tra menù mediterraneo e depressione "è forte". Anche se ancora il meccanismo protettivo di questo regime alimentare, già rivelatosi benefico per cuore e vasi, deve essere svelato.

lunedì 6 dicembre 2010

L'adesione alla dieta influisce sulla salute?

La dieta è quella mediterranea, della quale gli italiani dovrebbero essere maestri, e la domanda nasce da un gruppo di ricercatori dell'Università di Firenze: Francesco Sofi, Francesca Cesari, Rosanna Abbate, Gian Franco Gensini, Alessandro Casini, specializzati in nutrizione clinica e medicina interna. Il team di esperti fiorentini ha effettuato una metanalisi di 12 studi di coorte, prospettici, per un totale di 1.574.299 di partecipanti, che avevano indagato la relazione tra adesione alla dieta mediterranea, mortalità e incidenza di patologie croniche in prevenzione primaria. E la risposta è affermativa: chi segue in maniera più rigorosa il regime dietetico vive meglio e più a lungo. "Ebbene, sembra proprio che una regolare adesione ai dettami della dieta mediterranea, ricca di olio d'oliva, carboidrati, frutta, verdura e pesce e con un moderato consumo di vino rosso ai pasti, protegga contro una serie di malattie croniche, dalle cardiopatie ai tumori, ma anche da mali tipici della vecchiaia come Parkinson e Alzheimer", spiega Sofi.

BMJ 2008; 337: a1344

martedì 28 settembre 2010

Concetto di Stratificazione & Alimentazione nei vegetariani e nei carnivori

Se si seziona un albero si mette in risalto immediatamente una struttura stratificata e concentrica da cui, con un’analisi dendrocronologica, è possibile risalire alla storia della pianta (teoricamente ogni anello di accrescimento corrisponde ad un anno solare). L’anello più esterno è il più recente, quello più interno il più antico.
Si può anche notare come i vari strati non siano perfettamente separati fra di loro, ma in alcuni punti, specie in prossimità di nodi o di raggi, strati vicini, confluiscono in un unico strato, rendendo così più superficiale ciò che avrebbe dovuto essere più profondo.
Questi collegamenti superficie-profondità sono strettamente legati alla variabilità individuale e all’interazione con le situazioni ambientali, per cui hanno insito un elemento di imprevedibilità.
Tutto ciò indica che due parti vicine possono condividere degli aspetti strutturali e che, quindi, hanno più affinità di due parti lontane fra di loro.
Per il principio di corrispondenza ciò che avviene in una pianta lo si può ritrovare in un qualsiasi altro essere vivente, oltre che nella struttura dell’intero universo.
Nello sviluppo embrionario di un animale si può osservare lo stesso processo di stratificazione per cui le parti più antiche sono localizzate in una posizione più profonda rispetto a quelle più recenti.
Tipico ed eloquente esempio è l’immagine successiva, in cui è presentato lo sviluppo del tubo neurale (struttura da cui prenderà origine il sistema nervoso) nei vertebrati.
Quel che avviene nel singolo individuo avviene anche a livello filogenetico: più un essere vivente ci è prossimo, nella sequenza evolutiva, più presenta affinità strutturali con noi; più ci è lontano meno sono le sue affinità con noi.
Questi dati diventano importanti quando due esseri entrano in stretto contatto fra di loro, nel senso che uno si ciba dell’altro.
La Natura ci mostra con evidenza cosa avviene quando il cibo proviene da una fonte filogenetica lontana o vicina.
Gli erbivori e i frugivori, che si nutrono di fonti filogeneticamente lontane, sono gli animali più longevi, potendo anche raggiungere età secolari, oltre che moli gigantesche (elefanti, rinoceronti, ippopotami, ecc.)
I carnivori invece che si nutrono di fonti filogeneticamente vicine, hanno vita decisamente più breve.
E’ interessante notare che questi due gruppi di animali hanno anche un sistema digerente impostato in modo totalmente differente: negli erbivori e nei frugivori il cibo persiste per un tempo prolungato nell’intestino consentendo il massimo contatto con le strutture abilitate all’assorbimento dei nutrienti; nei carnivori, invece, il transito è veloce e il contatto ridotto al minimo.
Sembrerebbe che la Natura in qualche modo protegga i carnivori da possibili inconvenienti legati al contatto prolungato con gli elementi della mucosa intestinale. Ciononostante la vita media dei carnivori è molto più breve di quella degli erbivori-frugivori.
In campo umano, almeno attualmente, si osserva una totale incoerenza, tra quelle che sono le predisposizioni naturali (intestino lungo, prolungata persistenza del cibo e prolungato contatto di questo con la mucosa intestinale, che sono caratteristiche tipiche degli erbivori-frugivori) e le scelte alimentari con presenza massiccia di prodotti di provenienza animale (latte, latticini, formaggi, salumi, carni).
La conseguenza immediata di tale alimentazione, che si può osservare già da piccola età, è la frequenza di patologie degli organi emuntori, sovraccarichi di tossine provenienti dai prodotti animali, tipo faringiti, tonsilliti, sindromi asmatiche, infezioni urinarie, dismicrobismi intestinali, dermatiti allergiche, ecc.

Risorse utili

Anagrafe e Malattia

Anagrafe e Malattia Anagrafe. [dal gr. ἀναγραϕή «registro»]. – Registro della popolazione destinato, in ogni comune, a documentare lo...

Lavori in corso ....../Working progress.....

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Doni dell'Energia Reiki

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Nato a Castellana Grotte (BA) nel 1951 Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1979 presso l’Università degli Studi di Parma Dal 1984 esercita la Professione di Medico di Medicina Generale in Casamassima (BA). Nel 1985 si iscrive al Corso Biennale di Omeopatia indetto nella Città di Bari dalle Scuole di Medicina Omeopatica “Mattioli-Palmieri” di Firenze, conseguendone l’Attestato nel 1987. Dal 1997 è attivo nell’informazione sulla integrazione alimentare da fonti naturali (e non da preparazioni chimico-farmaceutiche), quale supporto indispensabile al miglioramento e mantenimento dello stato di salute psico-fisico dell’individuo. Nel 2001 si avvicina allo studio e alla pratica delle tecniche di guarigione naturali del Reiki, percorrendone l’intero iter formativo fino alla qualifica di Usui Reiki Master, di Karuna Reiki® Master, e completando la formazione nelle tecniche giapponesi originali dell’Usui Ryoho Gakkai presso la Scuola Free Reiki® di Padova. Il lavoro di ricerca continua acquisendo la conoscenza di nuove tecniche fra cui EFT, Coaching, ed altre in via di sviluppo, sempre con l'obiettivo di ripristinare lo stato di benessere nelle persone che lo richiedono.

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